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domenica 10 giugno 2012

Capitolo 07 – Grayscale, part one

Foto in bianco e nero, grana grossa. Così descrivevano l'architettura le foto archiviate nelle riviste nella biblioteca dell'università, impaginate con le linee grosse dell'editoria di qualche decennio fa, ed io, studente alle prime armi, sfogliavo e cercavo di cogliere il senso della mia vita professionale futura.

Di seguito, una raccolta di foto che nel corso dei miei viaggi ho scattato per ricordare le parti costruite che definivano i luoghi che visitavo. È il risultato di una ricerca molto rapida, sicuramente ce ne sono molte altre che avrei voglia di pubblicare, per questo motivo il post potrebbe avere un seguito. Per sicurezza in questo senso inserisco "part one" nel titolo, non si sa mai.

Sono tutte in bianco e nero, perchè ho voglia di immaginarle raccolte in un numero speciale di una rivista dedicato a me, architetto fotografo di architettura, archiviato in uno scaffale della biblioteca.































Capitolo 06 – La reattività della galassia

Sono il Comandante Tony Shepard, sono un tosto militare del futuro, ed ogni avventura che passa mi ritrovo sulle spalle responsabilità più pesanti.
Ho salvato pianeti, sono morto e risorto. E adesso devo salvare la galassia.
Sono un uomo buono e perlopiù corretto, per mia scelta e non per scelta della trama. Sarei potuto essere diverso. Cattivo, ad esempio. Non lo sono stato.
In un'altra vita sarei potuto essere una donna. Un'altra vita che ho vissuto brevemente, tanto per provare, in un luogo molto diverso, interfacciato con mouse e tastiera.

Alcuni tra quelli che hanno deciso di seguirmi sono morti, purtroppo. Forse perchè non mi sono impegnato abbastanza. Forse perchè non c'era veramente scelta. Kaidan, Jack, non vi dimenticherò.
Cerco di non pensare mai a quando uccisi a sangue freddo un compagno di squadra. Nessun tempo per pensare, come sempre succede quando si ha a che fare con il pessimo carattere dei krogan.
Ho deluso una donna una volta, ma non avevo scelta. Anzi la avevo, ma non era considerabile. Tutto accade rapidamente sul campo di battaglia, e le donne che mi sono state vicino in questi anni erano tutte compagne di battaglia.
Non so mai a cosa vado incontro quando prendo una decisione, scegliendo la mia via tra le alternative della ruota delle possibilità che muovo con il joypad.

Miranda Lawson
Capitolo III: Sono Shepard e sto facendo del mio meglio per tenere insieme il creato. E sono anche un soldato qualsiasi, quando mi connetto con altri tizi dello spazio e svolgo missioni secondarie per mantenere alta la reattività della galassia. Non dovrei saperlo, ma da qualche parte delle spie mi hanno spifferato che devo andare fino in fondo con queste missioni per il bene di tutto, per la missione di Shepard, per il futuro delle stelle.

Chiedetemi se a 38 anni mi piacciono ancora i videogiochi.


Copyright: Electronic Arts
Copyright: BioWare

giovedì 7 giugno 2012

Capitolo 05 – Verona, l'Arena e Peter Gabriel

Pochi giorni fa si è svolto un meeting a cui ho partecipato con i rappresentanti dell'azienda per cui lavoro. Eravamo a Verona.
Verona è una città sognante, dove la grande architettura italiana assume un tono delicato e raccolto. Verona è la città che mi venne presentata da una cara amica, che non vedo da moltissimi anni (se per caso leggi, fatti sentire!).
A Verona c'è anche tutta la faccenda di Romeo e Giulietta. C'è Castel Vecchio. E poi c'è l'Arena.

Verona, vista da Castel Vecchio
Ponte di Castel Vecchio

L'Arena

Ero qui con Chiara una volta, per ascoltare Peter Gabriel cantare accompagnato da un'orchestra, nella tappa italiana del tour del suo disco "Scratch My Back". Eravamo nel 2010.
Verona ci abbracciò con amicizia e ci coccolò per tutto un sabato e una domenica, fino a lasciarci alle porte della romana Arena, dove ascoltammo il concerto più bello. Ogni concerto è il più bello mentre lo si ascolta, se è bello. Ma questo era Peter Gabriel, insomma. Non si batte.

Ai brani contenuti nel suo "Scratch My Back", brani famosi di altri autori, stravolti insieme all'arrangiatore John Metcalfe sia nella musica che nella resa per orchestra, Peter Gabriel ha aggiunto in occasione del concerto molti suoi brani famosi, ugualmente trasformati per essere suonati con archi e fiati, ed il risultato è stato mozzafiato. Consiglio a chiunque non abbia ascoltato o assistito a tutto questo l'acquisto del CD/DVD/Blu-Ray "New Blood".

Il momento felice del concerto per noi fu Wallflower.


Il link di seguito porta alla recensione di un disco che feci una volta, con qualche aiuto, senza dichiarare quale disco fosse. Ora che si è capito, posso anche dire che le parole che avevo rubato venivano da un articolo dal sito Jam Online.
Rimando a quel post ogni commento su quale sia l'effetto provocato dall'ascoltare la voce di Peter Gabriel accompagnata dalla New Blood Orchestra diretta da Ben Foster.



 

mercoledì 6 giugno 2012

Capitolo 04 – Snow Soon

Questa era la vista dal balcone di casa mia il giorno dopo la grande nevicata di quest'inverno.


Il giorno prima arrivare a casa era stata una grande conquista quando, uscito per emergenza neve alle ore 16:00 dall'ufficio, che si trova sulla sommità del colle Aventino di Roma, avevo guidato fino a Terni, arrivando a casa alle 23:00 abbondanti.
Benedicendo mio padre per aver fornito la mia Golf di gomme termiche, avevo affrontato con coraggio il traffico romano, paralizzato dal fondo ghiacciato delle strade. I romani che guidano sulla neve sono come gli stambecchi che nuotano: non è proprio previsto che ne siano capaci.
Dopo ore passate immerso in fitti, immobili sciami di automezzi, occasionalmente divertito da incapaci che slittavano qua e là fuori controllo e rallentato da alberi caduti (a Roma spesso cadono gli alberi in strada e sulla testa delle persone, basta che piova o che tiri un po' di vento, non è stato ancora scoperto il perchè) avevo finalmente raggiunto l'appendice posteriore della lunghissima coda che portava al casello autostradale di Roma Nord. Chilometri e chilometri di coda.
Saltando freneticamente di radio in radio, con la tenue speranza di trovare qualche musica decente per uccidere l'attesa, ero finito sulle onde di Radio Rock, un'emittente romana che spesso passa bei pezzi. Il deejay stava diramando bollettini improvvisati sulla viabilità di Roma e suonando dischi degli Yes.
E improvvisamente aveva estratto dal cilindro la miglior mossa musicale dell'anno, scegliendo di suonare "Soon", dal disco "Relayer". Mi era sembrato anche di sentirlo scusarsi perchè in realtà "Soon" non è un pezzo a sè, essendo in realtà la parte conclusiva della suite "The Gates Of Delirium", ma lui non poteva suonarla tutta per motivi di scaletta, e in fondo "Soon" uscì anche come disco singolo.
Nel cassetto di fronte al sedile del viaggiatore, se non rcordavo male, avevo proprio il CD Relayer degli Yes. Si, c'era, bello nella sua doppia copertina di cartone della versione remaster. Ammazza che coincidenza.
Finito di ascoltare il pezzo avevo mandato un sms di ringraziamento al buon Deejay, che mi aveva risposto per radio facendomi un in bocca al lupo per il viaggio nella neve.
Crepi!

Finalmente al casello. Partenza.

Mentre passavo sotto al Telepass gate (-neeeeeeep-) stavo già ascoltando di nuovo gli Yes, stavolta partendo dall'inizio di The Gates Of Delirium, stavolta dal mio CD. Le gomme termiche iniziavano a farsi largo su uno strato un po' più consistente di neve.
Si procedeva in pochi attraverso un paesaggio lunare, insieme ai mezzi che sistemavano come potevano la sede stradale della A1, con poche luci e fiocchi di neve che cadevano fitti, grossi come gomitoli di lana.
Il Delirium degli Yes, passata la guerra musicale sfrenata, si andava stemperando con accordi allungati di tastiera, fino all'entrata della steel guitar di Steve Howe, che annunciava l'arrivo di "Soon".
Mentre la chitarra metallica sviolinava le note, Jon Anderson cantava

Soon oh soon the light
Pass within and soothe the endless night
And wait here for you
Our reason to be here

tagliando l'abitacolo della Golf come un soffio di neve.
"Soon" è musica di cristallo, è ghiaccio puro.
Il pezzo assumeva la forma di un'onda fredda, ripetitiva e dolce mentre io sciavo con il battistrada attraverso un panorama nero (sopra) e bianco fluorescente (sotto), entrambi sfumati da una tessitura di macchie bianche e tonde in rapida caduta verticale. Il caldo e rassicurante rumore del motore dello spazzaneve che superavo con calma aggiungeva toni bassi ad una melodia che si sviluppava su toni opposti, perchè il basso di Squire, usualmente colossale nei migliori pezzi degli Yes, viene appena toccato in "Soon".
La magia era finita quando, finito il tratto di autostrada, un posto di blocco aveva forzato la mia uscita dalla superstrada in quel di Narni, dove il livello della neve era qualcosa in cui affondare di brutto. A quel punto io e una macchina della polizia avevamo iniziato a divertirci con derapate a bassa velocità, e l'atmosfera si era fatta meno sognante e più sportiva. Ci stava benissimo "Sound Chaser", la canzone che viene dopo "The Gates Of Delirium", sempre dentro a Relayer.
Ma quando infine arrivai a casa avevo ancora in mente "Soon".

Terrò questo disco in macchina ogni inverno, nella speranza che nevichi di nuovo in autostrada.

Yes - Relayer - album cover

martedì 5 giugno 2012

Capitolo 03 – La parte difficile è la più bella

Non ero un grande tifoso di Valentino Rossi ai tempi in cui vinceva nelle gare delle basse cilindrate. Fui contento in seguito quando vinse il titolo mondiale nella classe 500cc, poi lo detti per scontato quando proseguì con tante vittorie di tanti mondiali in classe MotoGP.
Iniziai ad apprezzare veramente il personaggio quando perse un mondiale facile contro Nicky Hayden, e poi quando l'anno dopo nulla potè contro il sorprendente Casey Stoner che guidava la Desmosedici Ducati. Stimolò finalmente il mio animo tifoso nel momento in cui seppe riprendersi il titolo, per due volte, contro avversari giovani e velocissimi, affamati di vittoria. In questa parte della sua carriera le gare di Rossi furono da antologia, con manovre impossibili e vittorie da cuore strappato. Mi resi conto che il pilota stava entrando nella leggenda.
Poi danneggiò varie parti del suo corpo corpo prima e durante la stagione 2010; disputò in modo comunque inaspettatamente buono l'anno più difficile della sua carriera, chiudendo con vittorie, podi e gare degne del suo nome.

Poi arrivò l'inverno.

Perchè a questo punto il Folle, messo a posto alla meglio il fisico, decise di sfidare il dio delle corse e di andare a guidare una Ducati. Scoprì presto che la bella moto italiana altro non era che la pallottola d'argento che il destino aveva preparato per lui: la sua anti-moto, il mezzo che non avrebbe potuto guidare con la consueta grandezza. Il mezzo che avrebbe guidato peggio di chi lo aveva preceduto. Impensabile, inimmaginabile.
Iniziò qui la fase romantica della carriera di Valentino. Dopo la supremazia, le sfide di fuoco e le vittorie ottenute "con quel qualcosa in più" che solo certi piloti hanno, arrivarono le sberle. Il campionissimo non vinse più, anzi si infilò in un baratro di modifiche inefficaci, di settaggi che non funzionavano, di gare vissute da figurante. Valentino venne messo in dubbio dal mondo.
Valentino poi perse un amico sulla sua stessa pista, il fortissimo Sic, e il mondo delle corse perse un certo futuro protagonista. Valentino corse sopra il dolore e proseguì, ma le prestazioni peggiorarono, e ancora.
Se si dovesse fare un film su Valentino Rossi, questa sarebbe la parte di cui il regista si dovrebbe innamorare.
Da dove viene la forza di arrivare al traguardo?

Le Mans, 2012. Piove, e la Ducati va forte sul bagnato. Jorge Lorenzo fugge per vincere, il suo è un altro passo. Rossi parte settimo ma avanza subito, sta con il gruppo dei primi. Battaglia e si lascia indietro il veloce Dovizioso e l'arrembante Crutchlow, che cadono cercando di stare al ritmo. Davanti c'è il secondo, e il secondo è Stoner. Il campione del mondo, il pilota più veloce, forse di tutti i tempi. Ma che non ha mai saputo battere Rossi in battaglia. Il Campione lo sa. Lo raggiunge. Sorpasso, controsorpasso, ancora uno. Rossi batte Stoner, Rossi è secondo sul podio.
Questo è il momento del film con la colonna sonora migliore.

foto da motogp.com

Capitolo 02 – Architettura, Maxxi, ufficio e riflessioni sulle umane interazioni con Joe Haldeman

A seguito di una visita al Maxxi, museo di Roma di arte contemporanea, di recente costruzione, "griffato" Zaha Hadid (arabo: زها حديد‎Baghdad, 31 ottobre 1950) che è un architetto e designer irachena naturalizzata britannica (Wikipedia source!), ho costruito nella mia mente un'immagine: quanti livelli separano l'architettura delle archistar come ZH dall'architettura che è l'oggetto del mio lavoro?

Nella mia mente ogni livello è rappresentato da un gigantesco gradino colorato.

Vado per gradi (non per gradini colorati, per ora) e parto da quando sono entrato al Maxxi.
Sono entrato al Maxxi (già...) con il grande entusiasmo di vivere il volume architettonico e con un minimo, aeriforme interesse per i pezzi d'arte inseriti dentro.
Aggirarsi per il Maxxi è una bella esperienza, è un edificio libero nelle forme ma in realtà molto controllato da un'architettura devota allo scopo, che si infila nel tessuto urbano romano e si sviluppa attorno agli ambienti espositivi con grande cura del dettaglio, della forma geometrica degli ambienti e con interessanti soluzioni tecniche sparse qua e là.

foto dal sito Zaha Hadid Architects

Può succedere a tratti di perdere coscienza della forma che si sta visitando. Io e i miei amici abbiamo verificato più volte, mappa alla mano, di aver visitato proprio tutti gli ambienti, temendo di esserci persi qualcosa. Perchè l'edificio è lievemente labirintico: si parte a passeggio, si girella, si vive l'esperienza, ma dopo un po' ci si inizia a chiedere ma lì come ci si arriva? Ma lì ci siamo stati? Strano perchè in fondo non è enorme.

foto dal sito Zaha Hadid Architects

L'inserimento nel contesto è ben fatto. L'edificio non fa a pugni con l'urbano romano, anzi si connette in modo garbato. Inoltre dall'interno in più di un punto si vede la città Roma entrare nel Maxxi, con piacevolissime vedute. Bene!

Nel complesso, valutazione molto positiva all'architettura.

Posto qui un link ad una collezione fotografica del mio amico e collega architetto Vincenzo, che ha partecipato alla progettazione, nella quale si trovano molte bellissime foto dell'edificio, anche in fase di cantiere. E con l'occasione gli mando un saluto!

Tornando ai livelli di separazione (...i gradoni colorati), tra il progetto del Maxxi e la progettazione che caratterizza il mio lavoro ce ne sono circa... uno. Già, perchè l'architettura contemporanea, per come la vedo io, è divisa in due parti, e nel mezzo c'è una profonda spaccatura: la prima parte è rappresentata dalla super-architettura delle archistar, che comprende Il Maxxi e l'auditorium di Renzo Piano, i musei Guggenheim, il Burj Al Arab e tutte le opere che, con grandi budget, confusione e fantasia tracciano la storia dell'architettura contemporanea, che gli uomini del futuro nei loro libri di storia chiameranno probabilmente "Era dell'Architettura Vaga e Fuori Controllo". La seconda è quella a dimensione umana, ammantata di una versione opaca del vestito luminoso dello stile architettonico, che nasce da esigenze urbanistiche di mediazione e di preservazione e da proiezioni economiche e commerciali, e l'edificio progettato è l'emblema dello sforzo grande dell'architetto di donare una personalità al palazzo che tenderebbe a sorgere come mero agglomerato di abitazioni e altre destinazioni non residenziali, uguale a tanti altri, da costruire con tecniche note e collaudate.

L'edificio come concetto nasce in un posto come l'ufficio tecnico in cui lavoro, dove vengono recepite indicazioni a volte illuminanti e a volte da approfondire, spunti, richieste. Poi ci si lancia in un procedimento veloce da cui deve emergere il progetto, l'architettura. Alla richiesta segue la proposta, all'esigenza segue la soluzione. L'edificio viene progettato affrontando duramente i limiti imposti dai tempi, dalle leggi urbanistiche, dal piano economico e dalle esigenze commerciali, e si crea architettura. Camminando per i nostri cantieri vedo le nostre produzioni intellettuali che vengono costruite, e diventano vere, e mi chiedo... quanto siamo bravi? Come facciamo a condensare in un tempo predeterminato, e sempre troppo breve, il processo storicamente lungo e faticoso che è la creazione dell'architettura, e comunque riuscire a uscirne vincitori con delle produzioni soddisfacenti ed apprezzate dal mercato? Evidentemente siamo una squadra eccezionale. Gli studi delle archistar dovrebbero invidiarci, siamo dei fenomeni.

E dire che da dentro sembra diverso, le mie giornate passate nel mare degli argomenti che si susseguono, in cui la gestione della procedura urbanistica, i calcoli di normativa e il coordinamento delle professionalità interne ed esterne, mescolati con le decisioni estemporanee sull'azzonamento dei lotti, sull'allineamento e sul passo della struttura o sul cucinino dell'appartamento bilocale (chiuso o aperto?) appaiono come una battaglia, ed è come se nella mia squadra fossimo tutti dotati di una racchetta da pelota con la quale prendere al volo gli argomenti da sviluppare, trattenerli per il tempo strettamente necessario per lavorarci e poi lanciarli di nuovo, augurandogli buona fortuna.

Passeggiando per i cantieri, quelle poche volte che posso perchè il mio ruolo attuale mi tiene purtroppo quasi sempre lontano dai luoghi di realizzazione, a volte fantastico che l'architettura vera la facciamo noi.

...

Sfruttando sfacciatamente il controllo assoluto e totale e supremo che ho sul mio blog, mi collego a questo punto a John Haldeman parlando della mia squadra di lavoro e del mio ufficio in generale.

Di recente ho letto "Verso le Stelle", libro di mezzo di una trilogia di cui non ho letto gli altri due. Parla, detto in troppo poche parole, di un gruppo di astronauti che viene spedito verso una stella lontanissima per contattare una razza aliena potentissima che potrebbe avere brutte intenzioni, nella speranza che questa sia disposta ad ascoltare i motivi dei terrestri prima di distruggere l'umanità.


L'equipaggio è molto eterogeneo, c'è il pilota, il medico, qualche mlitare e anche spia, un filosofo, due marziani con quattro gambe dotati di una mente che ragiona secondo regole diverse da quella umana, e qualche altro personaggio chiave per la trama.
Il viaggio dura tanti anni. Recensione del libro: ottimo, divertente.

Il romanzo è tutto narrato in prima persona da questi membri dell'equipaggio e l'aspetto veramente stimolante è che il lettore segue la trama attraverso i pensieri di ogni personaggio tratti dal rispettivo diario di bordo personale, che gli altri astronauti non potranno leggere. Marziani inclusi. Il libro presenta le parti dei vari diari con titoli piuttosto vaghi, che lasciano il lettore libero di, anzi sfidano il lettore a capire quale degli astronauti sia la voce narrante in ogni capitolo. Ho trovato queso espediente molto divertente, e a volte ho sbagliato ad attribuire le parole al rispettivo personaggio, rendendomi conto dell'errore solo dopo qualche pagina.

Il team di astronauti collabora in modo esemplare per lo scopo comune della missione, dibattendo in modo estremamente educato ed intelligente sul da farsi di volta in volta, ma dai diari emergono dubbi, sfiducia, sospetti, ossessioni, insicurezze. A volte questioni di amore e odio. Al di fuori di tutto ciò che riguarda la missione, gli uomini e le donne dell'astronave sviluppano rapporti al limite della paranoia nel corso dei lunghi anni luce che devono percorrere. Intanto avvengono scambi interculturali, c'è chi si astrae studiando o componendo musica. Giocano insieme a biliardo, si allenano, si dedicano al sesso (tanto).

Poco fa stavo scrivendo del mio team di lavoro, e in modo più esteso del mio ufficio. Gente che lavora in nome di un comune obiettivo. Chiusi in un microcosmo che sembra l'astronave, noi parliamo di urbanistica, architettura ed edilizia attorno a tavoli di lavoro.
Con divertimento mi chiedo: cosa succederebbe se io leggessi la storia del mio ufficio attraverso pagine anonime di diari? Riuscirei a riconoscere l'autore del capitolo dalla lettura dei suoi pensieri sulla vicenda della più recente convenzione urbanistica? Quello che troverei in quelle pagine mi sorprenderebbe?
Quando un agglomerato umano lavora per uno scopo comune, tale scopo comune è l'unica parte veramente in comune tra le persone. Ognuna in realtà legge la situazione differentemente, e vive il rapporto con il resto del gruppo in modo diverso, proprio come succede a quegli astronauti. Le ambizioni, gli odi e le simpatie, le alleanze, le vendette trasversali. Gli abbracci e gli screzi. I segreti.

Dietro all'organigramma di ogni azienda si nasconde un microcosmo di imprevedibilità, è noto. Ma io, immaginando di leggerne il libro, mi pongo le seguenti domande: intuirei l'autore di ogni paragrafo? Oh, si. I contenuti mi sorprenderebbero? Al contrario, credo che li immaginerei in anticipo.

Credo di conoscere anche troppo bene il mio microcosmo edilizio. Non sono un osservatore, ma se mi si lascia abbastanza a lungo all'interno di un gruppo riesco a trarre conclusioni in ottima parte giuste, incrociando la logica e l'intuito, abbracciando l'ovvio, costruendo sul telaio delle apparenze, premiando le conclusioni più semplici, anche se strane. Non si possono sempre cogliere i dettagli ma gli schemi sono sempre evidenti. Come nella Psicostoria di Hari Seldon. Sono un buon deduttore.

Ma è giusto addentrarsi in questo tipo di analisi se si parla di un ufficio e di un team di lavoro? No, non lo è. Anche se il rapporto tra colleghi si presta all'analisi delle dinamiche di gruppo ed è divertentissimo arrivare a riconoscere gli entusiasmi e le paure nascosti da ognuno, non è cosa da fare. Quindi lasciamo stare, l'ufficio è lavoro e la professionalità consiste anche nel vedere delle persone ciò che va visto, senza guardare troppo oltre.

Alzi la mano chi pensa che questo post sia un delirio.

Capitolo 01 – il Canada entra nella classifica dei viaggi più belli



2011, vacanza d'Agosto. Il Canada era una meta sognata da da me e Chiara da tanto tempo, e non ci ha deluso. Due settimane di viaggio ai massimi livelli della goduria paesaggistica, culturale, ludica e culinaria, secondo la modalità che amiamo (volo + auto in affitto + improvvisazione).


La parte di Canada attraverso cui abbiamo viaggiato è un sogno di montagne e foreste, le persone che abbiamo incontrato sono state sempre gentili con noi. Ci siamo immersi nel paradiso del rilassamento. Abbiamo fatto tante foto. Siamo andati a vedere le balene da vicino con il gommone. Abbiamo mangiato pesce cotto nel burro con tanto riso. Abbiamo attraversato i grandi parchi. Abbiamo vissuto l'architettura del mondo dei boschi e del mare nordico.


Ontario, Quebec. Spiagge, battelli, città fatte di isole.
Mondo metropolitano: Toronto, una città statunitense senza gli Stati Uniti. Montreal, la città europea lontana dall'Europa. Quebec City, una miniatura a scala reale.

Il Canada è una meraviglia di divertimento e serenità.